Ciambelline al vino. Ricetta tradizionale e varianti

Ciambelline al vino

Le ciambelline al vino sono dette anche ‘mbriachelle laziali ed è facile capire il perchè.

Ogni regione ha la sua ricetta, anzi ogni città. Diciamo ogni paese. Vabbé, ogni famiglia, dai.

Però partono tutte da quella tradizionale, composta da farina, zucchero, olio, vino. Con questi quattro semplici ingredienti si creano quelle deliziose ciambelline al vino da pucciare, o da smangiucchiare così, una dietro l’altra, per concedersi un momento di dolcezza.

Per le dosi si andava un po’ a sentimento: Continua a leggere “Ciambelline al vino. Ricetta tradizionale e varianti”

Arte e cibo: pane e vino per le ultime cene.

L’arte e il cibo: un argomento difficile e complesso, ricco di sfaccettature ed interpretazioni.

Strettamente legati tra di loro: in fondo l’arte è rappresentazione di vita, e quale simbologia è attinente alla vita più del cibo?

Il cibo nell’arte è il tema del giorno, sul calendario del cibo italiano di AIFB.

 

L’Ambasciatrice è Maria Teresa Cutrone ed io mi sono talmente appassionata all’argomento, nonostante la mia scarsissima conoscenza artistica, da voler contribuire con qualche riga su uno dei soggetti più ritratti nei grandi dipinti, in tutti i tempi: l’Ultima Cena.

Ovviamente immancabili, in queste raffigurazioni, il pane ed il vino, citati da tutti e quattro gli Evangelisti, mentre non si ha notizia di quali altri piatti fossero serviti nell’occasione.

In accordo alle usanze della Pasqua ebraica, in alcuni dipinti è raffigurato l’agnello, come nella sontuosa mensa dipinta dal Tintoretto e conservata a Venezia, in San Giorgio Maggiore. Oltre ai già citati alimenti, compaiono anche frutta, minestra di verdura, manna. L’agnello si ritrova anche nelle opere dei meno noti fratelli Cantagallina e Jacopo Bassano.

Jacopo Bassano
Jacopo Bassano
Fratelli Cantagallina
Fratelli Cantagallina
Tintoretto
Tintoretto

In altre occasioni l’agnello è sostituito dal pesce, vuoi perché il quadro è commissionato da un convento domenicano, come nel caso dell’Ultima Cena di Leonardo presente in Santa Maria delle Grazie a Milano, per cui il pesce, alimento penitenziale, è più consono alla dottrina; vuoi per la simbologia che accomuna da sempre il Figlio di Dio al pesce.

Leonardo da Vinci
Leonardo da Vinci

Due grossi pesci sono in primo piano nel bellissimo mosaico in Sant’Apollinare Nuovo, a Ravenna e pesce viene servito alla tavola dipinta da Daniele Crespi.

Daniele Crespi
Daniele Crespi
Mosaico di Sant'Apollinare
Mosaico di Sant’Apollinare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma, tornando ai temi fondamentali di questo articolo un po’ fuori dai miei soliti schemi, vorrei rientrare in una forma di arte che mi è più familiare, ossia la cucina. Per cui propongo una ricetta che mi sembra calzi a pennello in questa giornata: il pane al vino. Per prepararlo ho preso ispirazione, con qualche modifica, dal Beaujolais Bread di Lionel Vatinet, dal suo libro “A passion for bread”.

Ingredienti:

  • 355 g di farina 0
  • 150 g di lievito madre rinfrescato e attivo, idratato al 50%
  • 35 g di semi di lino
  • 7 g di sale
  • 20 g di malto d’orzo
  • 320 g di vino Cirò rosso
  • 1 cucchiaino di rosmarino tritato finemente

La ricetta originale prevedeva l’uso di lievito di birra, di vino Beaujolais (un po’ troppo costoso) e l’aggiunta di salame a pezzetti, chi io ho omesso.

Procedimento:

Sciogliere il lievito madre in metà vino, unendo il malto d’orzo.

Riunire in una ciotola la farina con il sale e i semi di lino, poi aggiungere il lievito madre sciolto e, poco alla volta, il resto del vino.

Potrebbe non essere necessario utilizzare tutto il vino: il composto deve comunque risultare molto morbido, e leggermente appiccicoso.

Trasferire l’impasto sulla spianatoia leggermente infarinata e lavorarlo per dieci minuti almeno, formando pieghe del primo tipo (si prendono i lembi esterni dell’impasto e si ripiegano verso il centro) aiutandovi all’inizio con un tarocco.

Non aggiungete farina.

Raccogliere l’impasto a palla e metterlo a lievitare coperto in un posto tiepido (l’ideale è il forno con la lucina accesa).

Lasciare riposare per un’ora, poi ripetere le pieghe e rimettere a lievitare per un’altra ora.

Ripetere una terza volta il procedimento e lasciare lievitare per altre due ore.

Stendere l’impasto, cospargerlo con il rosmarino, avvolgerlo più volte per amalgamare bene il tutto, poi stenderlo nuovamente e ricavarne il numero di pezzi desiderato. Potete farne palline da assemblare tipo Danubio, oppure pagnotte e filoni più grossi, da affettare.

Lasciate nuovamente riposare i pezzi formati per un’ora e mezza, poi cuocete a 200° per mezz’ora circa, i primi dieci minuti nella parte bassa del forno, con una teglia sistemata sul ripiano superiore, a fare da barriera, poi togliete la teglia e spostate il pane nel ripiano superiore. Ovviamente dipende dalla resa del forno e dalla grandezza delle pezzature.

Pane al vino (1)

Tacchino Amarone

La fesa di tacchino

è, generalmente, la parte più magra del petto. Alcuni chiamano “fesa” una sorta di salume ottenuto con vari pezzi di carne assemblati e cotti, oppure, nei bovini e nei suini, la parte interna della coscia.

In questa ricetta utilizziamo proprio il petto di tacchino, che può arrivare a pesare, intero, anche 3 kg.!

Il gusto è leggero e vagamente dolciastro, un po’ più intenso rispetto al pollo. Trovo che si unisca bene ad un vino aromatico e fruttato, come un passito, per cui ho usato un Amarone della Valpolicella che ho trovato in offerta a metà prezzo. Un risultato notevole! Provate anche voi, ecco gli ingredienti:

  • Un pezzo di fesa di tacchino da 700/800 gr. circa;
  • mezzo litro di Amarone della Valpolicella;
  • una grossa noce di burro (50/60 gr.)
  • mezzo bicchiere di olio evo;
  • un misto di aromi formato da un cucchiaino di pomodori secchi polverizzati, uno di erba cipollina, mezzo di curcuma, mezzo di pepe misto, uno di sale.
  • 30 gr. di fecola di patate
  • un mazzetto di rosmarino, timo, salvia e finocchietto selvatico.

Mettete la fesa in una terrina dai bordi alti, che la contenga di misura.

Versatevi il vino ed aggiungete il mazzetto di erbe.

Coprite con pellicola alimentare e lasciate in frigo per 6/8 ore.

Togliete il mazzetto, scolate la fesa conservando il vino e passatela più volte nel trito di aromi miscelato alla fecola, per far sì che si impregni bene.

Scaldate in un tegame il burro con l’olio a fuoco vivace e fatevi dorare la fesa da tutti i lati.

Versate il vino e lasciate cuocere a fuoco basso per circa un’ora.

Togliete la fesa e mettete nel condimento uno o due cucchiai del misto di aromi e fecola, con un setaccino per evitare grumi, mescolando fino a raggiungere la densità voluta.

Affettate la fesa e servitela con il sughetto.

E buon gusto da EatParade!

 

 

 

 

Pollo ubriaco

Se volessi fare la sofisticata, lo chiamerei coq-au-vin; in realtà questo è il nome che mio figlio ha dato a questo piatto quand’era piccolissimo, e così è rimasto pollo ubriaco in secola seculorum.

Giusto ieri il Doc, mio paziente coinquilino a vita, mi chiedeva: “ma da quando non ubriachiamo un pollo?”

Ed eccolo qui. Quando non vado sul leggero lo preparo con tutti i pezzi del pollo, con un soffritto di cipolla e magari con i funghi.

Questa è la versione che (dopo le rassicurazioni del pediatra sull’evaporazione dell’alcool), preparavo a mio figlio; a volte sostituendo il burro con margarina o olio evo.

Ancora adesso, quando vado a trovarlo nella sua casa da “adulto” è un piatto che mi chiede spesso e ha contagiato anche la moglie!

Ingredienti:

  • Due fette di petto di pollo a testa,
  • un misto di sale, rosmarino, alloro, timo, salvia, maggiorana, basilico tritati fini,
  • farina,
  • burro,
  • vino bianco.

Procedimento:

Passare le fettine di petto di pollo nel trito di erbe, poi nella farina.

Fare schiumare il burro in un tegame capiente e dare una veloce scottata alle fette di pollo.

Aggiungere un bicchiere di vino bianco leggero e lasciare evaporare.

Mettere le fette di pollo ubriaco nei piatti, fare addensare il sugo (se necessario, aggiungere ancora poca farina) e versarlo sulle fettine.

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